Cipro, le religioni parlano di Giovanni Paolo II

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Cipro, le religioni parlano di Giovanni Paolo II

Messaggio  Fabio il Mar Nov 18, 2008 5:27 pm

Il Meeting delle religioni, organizzato dalla Comunità di Sant’Egidio a Cipro, ha dedicato una sessione speciale a papa Giovanni Paolo II. Lo storico francese Jean Dominique Durand è partito dal filo conduttore del suo pontificato ‘Non abbiate paura’, affermando che “l’invito non significava un nuovo orientamento della politica pontificia, poiché il nuovo pontefice si inseriva nella continuità dei suoi predecessori, ma annunciava un nuovo stile e nuovi passi avanti".

"Giovanni Paolo II si collocava in una continuità storica: la politica internazionale della Santa Sede a partire da Leone XIII (1878-1903). La formula "la più alta autorità morale del mondo" per qualificare la Santa Sede è del Cardinal Rampolla, segretario di Stato di Leone XIII. Giovanni Paolo II si colloca in questa linea che ha visto moltiplicarsi gli interventi dei papi nei confronti degli Stati: Benedetto XV e Pio XII, per tentare di fermare o impedire le guerre mondiali. Pio XI, Pio XII, Giovanni XXIII, Paolo VI, per fondare le relazioni tra gli Stati su un ordine internazionale giusto, unico garante di una pace durevole. Leone XIII, Pio XI, per difendere i diritti della persona, contro la schiavitù, lo sfruttamento economico, i totalitarismi. Pio XII e Paolo VI, per sostenere le organizzazioni internazionali. Importanza, in questa eredità, del pontificato di Paolo VI: Giornata mondiale della Pace, viaggi apostolici (ONU, Organizzazione Internazionale del Lavoro), dialogo interreligioso (viaggio in India), dialogo ecumenico (incontro con il patriarca Atenagora, 1964), dialogo con il mondo. Un’eredità da far fruttificare e da approfondire... La guerra è per Giovanni Paolo II lo scatenarsi di Satana contro Dio. Un fallimento per l’umanità. Udienza generale dell’11 dicembre 2002: evoca, prendendo spunto dal canto doloroso di Geremia (Ger 14, 17-21), ‘il silenzio di Dio che non si rivela più e sembra essersi rinchiuso nel suo cielo’. Ne trae un appello alla conversione: il silenzio di Dio è provocato dal rifiuto dell’uomo”.

Da parte sua, il rabbino di Gerusalemme David Rosen ha spiegato che “poche figure hanno avuto un impatto cosi forte sulla storia moderna dell’umanità come papa Giovanni Paolo II di venerata memoria. Il suo profondo impegno è stato estremamente tradizionale, tuttavia il suo effetto è stato rivoluzionario. Sotto l’impatto della sua leadership i muri sono crollati e le barriere del passato sono state superate dal suo spirito profetico. Nell’ambito delle relazioni interreligiose, egli ha tracciato una via, un nuovo cammino di pace e di rispetto tra le comunità religiose, ma probabilmente nessun altro cambiamento in questo campo fu più sensazionale e paradigmatico di quello che avvenne tra la Chiesa cattolica e gli ebrei. In verità questo nuovo rapporto era stato inaugurato dal beato papa Giovanni XXIII e dal Concilio Vaticano II, durante il quale Karol Woityla era il più giovane vescovo presente. Da papa, egli ha stimolato fortemente questo cambiamento ed ha fatto sì che quella che era una corrente di riconciliazione divenisse un fiume impressionante. Per Woityla, il rapporto con gli ebrei non era una questione teorica o prettamente teologica, ma parte integrante della sua stessa vita, plasmata dalle amicizie della sua gioventù e segnata dal trauma della Shoah e dalle sue implicazioni.

Queste esperienze furono certamente determinanti nel condurre papa Giovanni Paolo II a ciò che il cardinal Edward Cassidy ha descritto come la sua “speciale dedizione alla promozione delle relazioni tra cattolici ed ebrei…(che ha portato a)…un nuovo spirito di comprensione e rispetto reciproci, di buona volontà e riconciliazione, di cooperazione e di [individuazione di] obiettivi comuni tra ebrei e cattolici”. Egli [il Card. Cassidy] ha notato che Giovanni Paolo II non solo ‘aveva aperto le porte del Vaticano ai leader ebrei che venivano a Roma, ma fece anche loro visita nei suoi viaggi pastorali in tutto il mondo, e coglieva ogni possibile occasione per affrontare, nei suoi discorsi, questioni inerenti le due comunità di fedi’. La visita del Papa in Israele ha aperto i loro occhi su una realtà cambiata. Non solo la Chiesa non è più il nemico, ma il suo capo è addirittura un amico sincero! Vedere il papa a Yad Vashem, memoriale dell’Olocausto, in una commossa solidarietà con la sofferenza degli ebrei, apprendere come egli stesso abbia collaborato a salvare gli ebrei in quel tempo terribile, e successivamente come prete abbia riportato i bambini ebrei, nascosti nelle famiglie cristiane, alle loro famiglie; vedere il Papa al ‘muro del pianto’ porre, con grande rispetto verso la tradizione ebraica, il testo della preghiera che egli aveva composto per una liturgia di pentimento tenuta poco prima a S. Pietro, in cui aveva chiesto il perdono divino per i peccati che i cristiani avevano commesso contro gli ebrei durante i secoli: tutto questo ha avuto un profondo impatto su una fascia molto larga della società israeliana… In conclusione, permettetemi di tornare ad un'altra affermazione del Papa rivolta all’American Jewish Committee nel 1985, che in sé può essere vista come una descrizione accurata del suo incredibile contributo alla riconciliazione e comprensione tra cattolici ed ebrei. Indubbiamente davanti a noi ci sono ancora delle sfide per il rapporto tra cristiani ed ebrei e sarebbe irrealistico aspettarci che non ce ne fossero. Tuttavia questo rapporto riflette una delle più straordinarie trasformazioni della storia, dal rifiuto all’amore, dall’alterità alla riconciliazione, dalla violenza all’abbraccio; e in questo processo Giovanni Paolo II fu davvero un grande profeta di pace”.

Infine, il patriarca ortodosso Serafim ha ricordato: “Il Papa non ha smesso di condannare la guerra (“ogni guerra, diceva, è una sconfitta dell’uomo stesso”) e di farsi mediatore nei conflitti del mondo. “Pregò in ginocchio” i protestanti e i cattolici d’Irlanda, impegnati da lungo tempo in un conflitto spesso sanguinoso, di cessare ogni ostilità e di riconciliarsi nel nome di Dio… E poiché la guerra è spesso provocata dalla povertà, il venerato Papa si è sempre fatto avvocato dei poveri. Ha condannato senza riserve il Nord opulento che si arricchisce a scapito del Sud povero ed esortò alla condivisione dei beni materiali. L’unità cristiana ha bruciato il cuore di quest’uomo di Dio per tutto il suo pontificato, con-sapevole che la disunione era un grave peccato. E dato che siamo qui in un paese ortodosso per eccellenza, mi piace dire quanto il Papa Giovanni Paolo II amasse l’ortodossia e la sua spiritualità. Ne sono testimoni la lettera pastorale “Luce d’Oriente”, il dialogo con gli ortodossi e i suoi viaggi in Romania, in Grecia, in Georgia e in Bulgaria, paesi a popolazione prevalentemente ortodossa. A Bucarest fu ricevuto con molto calore dal Patriarca di venerata memoria Teoctist e dal Santo Sinodo, così come da una folla di fedeli festanti. Il Patriarca dichiarò che l’incontro con il Papa era ‘l’anticipazione della Chiesa unita e indivisa’ e il Papa che aveva vissuto ‘la sinfonia delle due Chiese implorante la piena comunione’. Non c’è niente di più bello e necessario di vivere l’unità di tutti e tutto nei nostri cuori purificati dalla preghiera e dall’ascesi. E diffondere questa pace mistica dell’unità intorno a noi sull’esempio dei santi”.


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