La rinunzia di Francesco ai beni temporali: Analisi di un processo. (parte 2)

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La rinunzia di Francesco ai beni temporali: Analisi di un processo. (parte 2)

Messaggio  Fabio il Ven Set 26, 2008 12:12 pm

4. La citazione davanti ai Consoli


Il padre, frattanto, non pago delle percosse e delle catene - mezzo di correzione ammesso dagli statuti della città - decide, secondo la prassi del tempo, di convocarlo davanti ai consoli con l'accusa di disobbedienza e dissipazione

andò di corsa al palazzo del comune a protestare contro il figlio davanti ai consoli, chiedendo il loro intervento per obbligare Francesco a restituire il denaro preso in casa (F. F. 1419).

La posizione processuale di Francesco non è delle migliori. Le norme de dissipatoribus et male utentibus suis substantiis prevedono, infatti, che il convenuto, riconosciuto colpevole, debba essere bandito dalla città e dal distretto di appartenenza, senza che nessuno possa dargli aiuto e conforto. Il giudice Egidio ordina al notaio Giovanni di stendere l'atto con cui - secondo la formula di rito - viene ingiunto ed intimato a Francesco di comparire, nel terzo giorno successivo, davanti ai consoli, in modo da potersi difendere, con lavvertenza che, non presentandosi dopo la rinnovazione per pubblico bando, si sarebbe riconosciuto colpevole e reo confesso a tutti gli effetti di legge. L'incarico di provvedere all'incombenza viene affidato al nunzio Rainuccio di Palmerio, il quale all'atto della consegna, a mani proprie, dellatto di citazione, contenente l'indicazione dettagliata degli addebiti e delle prove a carico si vede sollevare l'eccezione di carenza di giurisdizione. Francesco, in pratica, contesta la sua stessa sottoposizione all'autorità dei consoli e lo fa in quanto Oblato di San Damiano. L'accaduto è riferito prontamente ai magistrati del comune, cui compete decidere se accogliere o meno l'istanza avanzata dal convenuto ed annotata da Rainuccio nella propria relata di notifica

rispose all'araldo di essere libero per grazia di Dio e di non essere più sotto la giurisdizione dei consoli, dal momento che era servo del solo Dio altissimo (F. F. 1419).

La risposta di Francesco mette in imbarazzo i consoli della città. La coesistenza di norme di diritto imperiale, canonico e comunale, spesso e volentieri in contraddizione tra di loro, rende difficile trovare una soluzione diplomatica che, da un lato, non ponga in essere un motivo di attrito con il Vescovo Guido, e, dall'altro, non scontenti Pietro Bernardone. I magistrati prendono subito in esame la situazione. La conclusione cui giungono, tuttavia, non fa che alimentare ulteriormente l'odio del padre nei confronti del figlio. Del resto, l'esame obiettivo dei fatti conduce, inevitabilmente, a negare la sottoponibilità di Francesco al loro giudizio. Ciò sulla scorta di due elementi fondamentali ai fini della determinazione della giurisdizione: 1) la sua condizione di penitente; 2) la dimora in un luogo soggetto all'autorità ecclesiastica. Logico corollario è il rigetto della domanda avanzata dal mercante, cui, però, viene accordata facoltà di riassumere la causa davanti al Vescovo, competente ratione materiae et loci. In quanto penitente Francesco ha il diritto di essere giudicato dall'Ordinario. La sua è una figura ibrida nell'organizzazione della Chiesa del tempo, dal momento che si pone a metà strada tra i religiosi, consacrati a Dio e rafforzati nella fede, ed i laici.

5. La condizione dei penitenti


I penitenti, infatti, scelgono volontariamente di condurre una vita di privazioni, alla stregua dei pubblici peccatori riconciliati. È una scelta, questultima, che richiede una buona dose di coraggio, visto che devono attenersi ad una serie di obblighi imposti dal diritto canonico, primo, fra tutti, quello della mutatio habitus. E ciò per consentire a chiunque avesse avuto modo di osservare la veste indossata, solitamente di lana grezza e scura, di riconoscere lo status giuridico del proprio interlocutore e di comportarsi di conseguenza. La pubblica penitenza comporta il divieto di assistere agli spettacoli ed ai banchetti, destinati, spesso, a tramutarsi in orge sfrenate a causa dello stato di ubriachezza dei convitati, e di dedicarsi al commercio, considerato fonte di indebito arricchimento e di frodi. Ulteriori vincoli sono la rinuncia ad esercitare funzioni giuridiche ed amministrative e ad abbracciare la carriera militare, essendo interdetta persino la mera detenzione di armi, anche se destinate alla difesa. Deciso a far valere a tutti i costi i propri diritti, Pietro Bernardone non si arrende

constatando che il ricorso ai consoli si concludeva in un nulla, egli andò a sporgere querela davanti al Vescovo della città. Questa, da persona discreta e saggia, chiamò Francesco con i modi dovuti, affinché venisse a rispondere della querela del genitore (F. F. 1419).

Francesco, nel frattempo, prosegue ad occuparsi dei più bisognosi

quando il padre lo vide perseverare nelle opere di bontà, cominciò a perseguitarlo ed a straziarlo, ovunque lo incontrasse, con maledizioni. Allora il servo di Dio chiamò un uomo di umile condizione e semplice assai, e lo pregò che, facendo le veci del padre, quando questi moltiplicava le maledizioni, egli, di rimando, lo benedicesse. Così tradusse in pratica e dimostrò con i fatti che cosa significhi la parola del Salmista: essi malediranno e tu benedirai (F. F. 596)

6. Il giudizio davanti al Vescovo


L'accoglienza riservata al messo del Vescovo - che lo invita formalmente a comparire per il nuovo giudizio a Santa Maria Maggiore - è lieta e gioiosa, probabilmente perché si rende conto che l'epilogo è ormai vicino e nulla potrà obbligarlo a ritornare sui propri passi

da messer Vescovo ci vengo, poiché egli è padre e signore delle anime (F. F. 1419).

Nel giorno e nell'ora fissata il Vescovo, circondato dai canonici di Santa Maria Maggiore, dall'assessore Iacopo, dal cavaliere Tommaso di Raniero, dal vicario e dal notaio, dà inizio all'udienza con il consueto suono della campana. Subito dopo nel piazzale antistante il vescovado, gremito di folla accorsa per assistere all'evento, cala il silenzio. Secondo la prassi Pietro Bernardone prende per primo la parola e si scaglia contro il figlio accusandolo di essere venuto meno ai propri doveri e di averlo offeso con un atteggiamento dissoluto, tale da esporre la famiglia a seri rischi di ordine economico. Le fonti biografiche - ufficiali e non - tacciono al riguardo, ma dato il carattere, particolarmente incline alla violenza, è probabile che l'uomo, giunto al colmo dell'ira, abbia tentato più volte di aggredire il primogenito, senza, tuttavia, riuscirvi per l'intervento degli astanti. A questo punto il Vescovo tenta una mediazione

tuo padre è arrabbiato con te e molto alterato per causa tua. Se vuoi essere servo di Dio, restituiscici i soldi che hai; oltretutto è ricchezza forse di mal acquisto, e Dio non vuole che tu spenda a beneficio della Chiesa i guadagni del padre tuo. La sua collera sbollirà se gli restituisci il denaro. Abbi fiducia nel Signore, figlio mio, e agisci con coraggio. Non temete, perché l'Altissimo sarà tuo soccorritore e ti largirà in abbondanza quanto sarà necessario perla sua Chiesa (F. F. 1419)

L'invito a rinunciare al denaro (ed all'eredità a vantaggio del fratello Angelo) viene raccolto da Francesco senza la benché minima esitazione

Messere, non soltanto il denaro ricavato vendendo la sua roba, ma gli restituirò di tutto cuore anche i vestiti che mi diede (F. F. 1419).

Subito dopo sale la scalinata che si trova di fronte a lui, attraversa il loggiato e, circondato dagli sguardi della folla, che non comprende il suo comportamento, entra nella prima stanza, detta sala antica per riapparire qualche minuto più tardi, nudo con il suo fastello di panni in mano, vestito del solo cilicio

finora ho chiamato te, mio padre sulla terra; dora in poi posso dire con tutta sicurezza: Padre nostro, che sei nei cieli, perché in Lui ho riposto ogni mio tesoro e ho collocato tutta la mia fiducia e la mia speranza (F. F. 1043).

Dal punto di vista strettamente processuale Francesco rinuncia, per facta concludentia, ad ogni pretesa presente e futura sul patrimonio familiare, facendo venir meno, in tal modo, la stessa materia del contendere. Pietro ha vinto, ma la folla è tutta per Francesco

quelli che assistevano alla scena rimasero indignati contro di lui, che non lasciava al figlio nemmeno di che vestirsi. E, presi da compassione, piangevano Francesco (F. F. 1419).

Oltre al significato giuridico va rimarcato lalto valore del gesto, inteso da tutti come frutto di divina ispirazione. Spezzato definitivamente il legame con la famiglia d'origine, Francesco si accinge a seguire le orme di Cristo e, come atleta

si lancia nudo nella lotta contro il nemico nudo (F. F. 345).

Nulla dicono le fonti su come sia stata decisa la controversia. È probabile che il Vescovo, rendendosi conto di essere stato testimone di un fatto prodigioso, sia rimasto ad osservare quel giovane che tanto farà parlare di sé per gli straordinari esempi di umiltà ed obbedienza offerti nel corso della sua esistenza. Che il prelato abbia pronunciato o meno la sentenza è un solo un dettaglio: mentre Pietro abbandona il campo, Francesco rimane solo, prima di dileguarsi in direzione della campagna. Tornerà in città dopo aver superato altre prove, forte della consapevolezza di essere diventato finalmente l'araldo del gran Re

Vestito di cenci, colui che un tempo si adornava di abiti purpurei, se ne va per una selva, cantando le lodi di Dio in francese. Ad un tratto alcuni manigoldi si precipitano su di lui, domandandogli brutalmente chi sia. L'uomo di Dio risponde impavido e sicuro: sono l'araldo del gran Re, vi interessa questo?. Quelli lo percuotono e lo gettano in una fossa piena di neve, dicendo: stattene lì, zotico araldo di Dio! Ma egli, rivoltatosi di qua e di là, scossasi di dosso la neve, appena i briganti sono partiti, balza fuori dalla fossa e, tutto giulivo, riprende a cantare a gran voce, riempiendo il bosco con le lodi del Creatore di tutte le cose (F. F. 346).

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Fabio

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